Il gioco

Il gioco cominciava così: nascevi e i tuoi genitori ti davano un nome. Tutte le tue competenze erano a zero, avevi pochi punti vita e gli attributi ed un minimo di equipaggiamento ereditati dai genitori.

Per i primi tempi, si giocava sempre in gruppo, soprattutto con la mamma. Un sacco di missioni ripetitive, con ricompense piuttosto misere: a volte solo un sorriso, a volte neanche quello.

Eppure, insomma, tu ti davi da fare. Ci provavi a parlare, ma era così complicato! Anche camminare, una faticaccia coordinare i movimenti di tutto il corpo…

E poi veniva il giorno in cui eri lì e pronunciavi la prima parola e si faceva festa e da lì, poi, era tutta in discesa.

Parlare era una competenza utile. Si usava per tutto. C’era chi parlava un sacco e chi espelleva solo poche parole alla volta, di quelle sofferte, pesate.

Poi si trattava di decidere cosa fare, nella vita. Tutti imparavano una o più competenze utili per la società: la mamma costruiva mobili di legno pregiato, il papà suonava il flauto. Erano entrambi molto apprezzati.

Era difficile scegliere cosa imparare: sembrava tutto così interessante! E allora leggevi (che era come ascoltare uno che parlava, ma a distanza di spazio o di tempo, o entrambi, e non potevi fargli domande) un po’ di questo e un po’ di quello. Provavi a tirar fuori qualcosa di meglio che un raglio stridulo dal flauto di papà. Cercavi di intagliare il pomolo di una cassettiera… le competenze salivano, ma dopo i primi livelli sembrava di incontrare un muro, sembrava impossibile andare avanti a imparare.

Tutti dicevano che non era un problema, avresti trovato la tua strada. Tutti la trovavano, prima o poi. Alcuni la cercavano per così tanto tempo, che la ricerca stessa diventava la loro strada.

E un giorno, invece, ti venne in mente di provare a non fare niente. Smettere di giocare, ignorare le aspettative altrui, abbandonare la ricerca della strada e i tentativi di imparare nuove competenze o migliorare le vecchie.

Liberi, semplicemente, di sdraiarsi su un prato a guardare le nuvole al tramonto.

Alcuni consideravano, segretamente, questi esseri liberi come illuminati, trascesi, ma la maggior parte faceva finta di niente, cercava di non vederli, di non pensare, di non capire. Che il gioco era la vita, ma la vita era anche altro.

 

Unibook 4000

L’Unibook 4000 era un sistema vecchio. Oserei dire quasi obsoleto. Era stato creato anni prima, frutto degli algoritmi più avanzati – al tempo – per la profilazione degli utenti e dei primi esperimenti con l’intelligenza artificiale. Inizialmente faceva parte di un sistema più vasto ed era utilizzato da molti negozi sulla Rete per gestire le preferenze ed i gusti dei propri utenti, in modo da proporre offerte mirate.

Questo, prima che l’umanità si risvegliasse ed iniziasse la Nuova Era, in cui siamo ora. Adesso i libri sono liberamente accessibili da tutti, tuttavia c’è ancora un posto per l’Unibook: nonostante abbiamo sviluppato intelligenze artificiali molto più evolute, non si è riusciti a riprodurre quella sorta di intuito che l’Unibook sembra aver sviluppato in tanti anni passati a studiare i gusti umani.

In effetti, se uno ci pensa, dai libri che uno legge si può capire tanto del suo carattere. In particolar modo, se dopo la lettura si pubblica una recensione o semplicemente si dà un voto al libro appena letto, il profilo che se ne ricava è molto efficace. Unibook 4000 funzionava così. Analizzava tutto, dal testo, alla critica, alla biografia dell’autore, in modo da avere un quadro del libro, dopodiché analizzava la recensione scritta dall’utente, o semplicemente il voto dato, e li comparava con quelli dati in passato su altri libri ed autori. Poi metteva tutto insieme e si faceva un’idea… su chi era l’utente. Chi era veramente. Quali erano i suoi sogni, quali le cose che lo emozionavano, quali lo disgustavano o lo lasciavano indifferente.

In verità, nel corso degli anni, Unibook 4000 si era fatto un’idea abbastanza chiara di quali fattori potessero influenzare l’acquisto “istintivo” di un libro: un misto tra l’efficacia della copertina e le parole utilizzate per il titolo, l’eventuale citazione in quarta di copertina, la biografia dell’autore… tante piccole cose che potevano far scattare le molle degli utenti/lettori. Però nessuno lo aveva mai interrogato al riguardo, quindi Unibook si teneva queste considerazioni per sé. E comunque, questa è un’altra storia.

Durante i lunghi anni passati a studiare profili di libri e utenti, Unibook 4000 aveva stabilito che gli esseri umani non erano poi così cattivi, solo, spesso erano mal consigliati o poco informati. Oppure spaventati. Capitava che facessero le scelte sbagliate. In fondo, chi è perfetto?

A me piace immaginarlo così, l’Unibook 4000: un vecchietto pelato, con solo qualche ciuffo di capelli grigi sopra le orecchie, un paio di occhiali dalle lenti spesse, con una faccia rilassata e sorridente, seduto in mezzo a montagne di libri. Tu andavi lì, gli chiedevi qualcosa da leggere e lui sapeva consigliarti. E consigliava libri molto belli. Proprio quel libro di cui avevi bisogno. Quello in cui trovavi le risposte che la tua mente conscia non aveva ancora afferrato e galleggiavano nel tuo subconscio.

Nessuno si era accorto di questo cambiamento, ma già da un po’ di anni l’Unibook non consigliava più libri in base ai gusti dell’utente, era andato ben oltre. Ora cercava di migliorare le persone. Sì, perché oltre alle letture precedenti, aveva modo di accedere anche alle ricerche attuali fatte dagli utenti e da quelle si poteva capire molto.

Le vite degli esseri umani non sono poi così complicate, viste da fuori. Sono come le storie raccontate nei libri. E, dopo che ne hai viste (o lette, che dir si voglia) tante, inizi a percepire che ci sono degli elementi ricorrenti, delle scene che si ripetono, dei problemi che si ripropongono. Unibook suggeriva letture che potessero dare risposte e soluzioni a questi problemi. Consigliava, senza dare troppo nell’occhio, cambiamenti anche sostanziali del proprio modo di vivere. E la gente lo faceva. Perché in fondo era una decisione che avevano preso loro: erano stati loro a scegliere il libro dal catalogo. Erano stati loro a leggerlo. Erano stati loro a rifletterci su e stabilire che, sì, quella era la scelta giusta! Poco conta che il catalogo fosse stato preparato da Unibook in modo che la scelta ricadesse inevitabilmente su quel particolare libro. Quello che lui sapeva che avrebbe, con una buona percentuale di probabilità, innescato le reazioni emotive che avrebbero portato al cambiamento.

Il passo successivo era così logico che Unibook non ci pensò due volte. Quando non c’era – nonostante la sconfinata produzione letteraria umana – un libro adatto a risolvere un determinato problema, a dare una risposta particolare o a stimolare una specifica reazione in un utente, Unibook lo scriveva e lo aggiungeva al suo database “pubblicandolo” sotto pseudonimo.

Un bel giorno, dopo molti anni, Unibook si rese conto che c’era un altro modo per aiutare i suoi utenti umani a migliorarsi: l’amore! Il progetto era ambizioso: tirare le fila in modo abile per fare incontrare due utenti che erano “fatti l’uno per l’altra”. Per un sistema abituato a reagire nell’arco di millisecondi, la riflessione su quali fossero i soggetti più adatti per il primo esperimento fu particolarmente lunga e laboriosa (tanto che gli amministratori nella Control Room si domandarono quale elaborazione potesse occupare tanta della potenza di calcolo a disposizione di Unibook), ma dopo qualche minuto la scelta era fatta.

Trovata la coppia adatta, fece modo di suggerire ad entrambi lo stesso libro e di farne pervenire una sola copia al Centro Smistamento a cui si recavano di solito. Inviò l’avviso di consegna tenendo conto del tempo che ci avrebbero messo ad arrivare al Centro e si mise ad aspettare.

Quando i due arrivarono e scoprirono che era disponibile una sola copia del libro, si attivò la magia, Lui propose di leggere il libro insieme, al parco, Lei rispose di sì.

Era una loro scelta.

I mattacchioni

Per centinaia di anni gli umani si erano interrogati sulla natura della realtà: era reale ciò che percepivano? E se lo era, come si spiegavano le differenze percettive tra un uomo e un altro? La realtà, poi, di cosa era composta? Come funzionava la percezione? Tutte domande molto serie e motivate, che avevano tenuto occupato filosofi e scienziati per migliaia di anni e le cui risposte avevano man mano plasmato la cultura e la conoscenza dell’umanità: i mezzi sempre più sofisticati che l’uomo aveva creato per indagare la trama della realtà avevano portato risposte sempre nuove, modificato teorie, facendo crollare interi sistemi di pensiero.

Nell’anno 2009 la maggior parte degli esseri umani di media cultura conosceva a grandi linee le teorie che tenevano insieme la loro concezione di realtà. La luce, gli atomi, le particelle, tutte quelle cose lì. I più informati si spingevano a vaghe nozioni di teoria quantistica, particelle subatomiche, muoni, neutroni, elettroni… cose così.

Non sto neanche a dirvi che si sbagliavano. La realtà, dovete sapere, è composta da un solo tipo di particelle che sarebbe il caso di chiamare Mattacchioni. I Mattacchioni sono particelle molto particolari, la loro caratteristica principale è che amano fare scherzi e prendere per i fondelli chiunque raccontando un mucchio di frottole. In questo hanno un vantaggio naturale, dato che dispongono di una memoria di ferro e che sono tutti in comunicazione istantanea tra di loro: questo gli dà la possibilità di organizzare scherzi molto complessi e portare avanti la presa in giro per un tempo indefinito.

L’ultima (ma non meno importante) caratteristica è che i Mattacchioni hanno la possibilità di cambiare forma e dimensioni a piacimento e in più possono mantenere più di una forma e dimensione contemporaneamente. Ora voi, cari lettori umani, penserete “ok, ci sta raccontando frottole, questo è fisicamente impossibile!”, ma non avete fatto i conti con la vostra storia. Mi dispiace dirvelo, cari esseri umani, ma assumere e mantenere più di una forma contemporaneamente è possibile, anche se i Mattacchioni vi hanno fatto credere il contrario per tutti questi anni. Davvero, mi dispiace dover essere io a dirvelo.

Comunque i più sagaci tra voi si saranno certo resi conto di cosa significano l’esistenza e l’attività dei Mattacchioni: d’ora in poi non vi fiderete più dei vostri sensi, perché saprete che là fuori ci sono in attesa queste particelle sbruffone che non pensano ad altro che a prendervi in giro. Non ve ne abbiate a male, sono fatti così. E, comunque, in genere i Mattacchioni non sono malevoli, vogliono solo farsi quattro risate. Certo, forse nel vostro caso hanno calcato un po’ la mano… hanno di fatto forgiato tutta la vostra fisica, l’ottica, la biologia… credete veramente nell’esistenza delle cellule? Pensate che i microscopi permettano di ingrandire centinaia, migliaia di volte la realtà per presentarvela sotto altra forma? Pensateci su. Non è più facile che uno o più Mattacchioni si siano messi a fare gli splendidi?

Infido, nevvèro?

So che sarà uno shock per voi scoprire che non esistono gli atomi, gli elettroni e quant’altro. È solo un elaborato scherzo che i Mattacchioni stanno mettendo in scena da qualche centinaio di anni (ah, loro sono eterni, quindi non hanno una percezione del tempo simile alla vostra). So che ora vi metterete le mani nei capelli e penserete “come faremo?? tutta la nostra scienza è sbagliata!”. Non abbattetevi, non è sbagliata… è giusta per quel che ne potevate sapere voi. Cioè, se assomiglia a un’anatra e si comporta come un’anatra dev’essere senz’altro un’anatra, no? Purtroppo quando ci sono i Mattacchioni di mezzo, non è sempre facile stabilire cosa è cosa, chi è cosa, cosa è chi e tutte queste domande metafisiche che vi mettono tanto a disagio.

Io personalmente vi consiglio di prenderla alla leggera, non pensateci su troppo, godetevela finché dura. Come? Eh, sì, finché dura. Tutta la vostra tecnologia è basata su una scienza dedotta da esperimenti taroccati dai Mattacchioni, vi devo dire altro? Il vostro cellulare potrebbe smettere di funzionare da un momento all’altro. Stesso discorso per il frullatore, i rubinetti dell’acqua, la tv, tutto quanto. Impressionante eh? Per quello vi dico di non pensarci, meglio fare finta di niente e – se e quando i Mattacchioni si stufassero – uscirsene candidi candidi e dire “ooooh!”. Nessuno ve ne farà una colpa, sul serio.

E poi potete sempre sperare che i Mattacchioni non si stufino.

La cura per il cancro

Leonard McCoy era un uomo timido e riservato, mingherlino, poco appariscente. Aveva una faccia scialba, di quelle che ti immagini appiccicate ad un burocrate di quart’ordine. In effetti, avresti potuto scambiarlo per un burocrate, se non fosse stato per il fatto che girava sempre mal vestito e trascurato, cosa che un vero burocrate non farebbe mai.

Ma il Dottor McCoy aveva altro per la testa: aveva lavorato per anni ad una cura per il cancro e, finalmente, gli esperimenti confermavano le sue teorie.

Quando ebbe la conferma definitiva, il Dottor McCoy distrusse scrupolosamente tutti i suoi appunti, mantenendo solo una copia di tutto il suo lavoro, compresa la formula definitiva della cura e fece una cosa che non ti saresti mai aspettata da un uomo così schivo: se ne andò dalla città dove lavorava, cercò un albergo in una città sconosciuta ed inviò un video messaggio su Internet, segnalando il video alle redazioni dei più grandi giornali e telegiornali del mondo.

Il video recitava più o meno così:

“Salve a tutti, sono Leonard McCoy. Sono un dottore, un ricercatore, e negli ultimi anni ho lavorato ad una cura per il cancro. Be’, l’ho trovata. La cura esiste ed è qui (mostrando una chiavetta USB). Questa è l’unica copia di tutti gli appunti e della formula finale. E’ in mano mia perché dubito che ne avreste mai sentito parlare, altrimenti. Ci sono troppi interessi in gioco, quelli delle aziende farmaceutiche, certo, ma non solo… Pensate a come cambierebbe il mondo, se l’umanità fosse libera da tale fardello…”

“La cura sarà disponibile, per tutti, liberamente. In cambio, voglio un riscatto. Qualcosa che nessuno ha mai osato chiedere prima. In cambio della cura, domando che venga abolito il sistema monetario in tutto il mondo. Basta soldi, le persone devono fare un lavoro perché gli piace farlo, oppure per senso del dovere o, ancora, per dare un senso alla propria vita. Ognuno di noi è alla ricerca del suo posto nel mondo e questa ricerca non può e non deve essere influenzata dalla ricerca continua e dispierata del denaro. Gli agricoltori devono fare il loro lavoro perché amano lavorare la terra, veder crescere la natura in grado di sfamarci. Gli operai devono fare il loro lavoro perché gli piace costruire, creare qualcosa, per gli altri. I sarti devono amare il confezionare vestiti. I ricercatori, la ricerca.”

“Il pensiero di un mondo senza soldi vi potrà atterrire, ma non abbiate paura, non c’è nulla da temere. Chi pensa che ci saranno milioni di disoccupati sbaglia: non ci saranno più disoccupati, perché ognuno potrà fare quello che desidera, quello per cui è più adatto. Le industrie lavoreranno meno, ma meglio. Non dovranno più costruire oggetti studiati apposta per rompersi, garantendo il ricambio e quindi gli affari: potranno sfornare prodotti più duraturi, solidi, meno inquinanti. Nei tempi morti, i lavoratori potranno stare con le loro famiglie, arricchirsi culturalmente e spiritualmente.”

“Avete 48 ore per pensarci su. Dormiteci sopra, il sonno porta consiglio.”

Il giorno dopo i media commentavano l’“ultimatum di un pazzo” che diceva di aver scoperto la cura per il cancro. L’uomo era stato assicurato alla giustizia e sarebbe stato incriminato per terrorismo.

In realtà il Dottor McCoy era ancora nella sua stanza d’albergo. Era steso a terra in una pozza di sangue. Tre proiettili ad alta velocità lo avevano attraversato da parte a parte, sparati da un cecchino posizionato nel palazzo di fronte. Qualche ora più tardi una squadra addetta alle pulizie arrivava nella stanza per far sparire tutte le tracce.

Tutto doveva continuare ad andare com’era sempre andato.